I “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez

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(di Victoria Taurino) – Sul retro dell’edizione più recente di questo romanzo si legge: “Márquez ha saputo rifondare la realtà e, attraverso Macondo, creare un vero e proprio paradigma dell’esistenza umana”.

Questo sarebbe forse il riassunto più conciso possibile dell’opera: un’allegoria della condizione umana collettiva quanto individuale. Ormai ampiamente considerato una delle opere più importanti di Lingua Spagnola, Cent’anni di solitudine (Cien años de soledad) è il capolavoro dell’autore colombiano Gabriel García Márquez (1927-2014).

Egli si chiude per quasi due anni nel suo studio, dedicandosi unicamente alla stesura del romanzo, quando si accorge di star maturando l’opera più importante della sua vita; pubblicato per la prima volta nel 1967, nel mezzo del “boom” letterario latinoamericano del ‘900, riscuote immediatamente un grande successo arrivando oggi a più di 20 milioni di copie vendute, oltre ad essere tradotto in 37 lingue diverse.

Tutto ruota attorno alla storia della famiglia Buendía, i cui capostipiti José Arcadio e Ursula fondano il villaggio fittizio Macondo, dove sono ambientate le vicende, in un angolo sperduto della Colombia; attraverso sette generazioni si parla veramente di tutto: c’è l’amore e l’odio, la politica e la guerra, il progresso e l’arretratezza, la bellezza e lo squallore, la filosofia, l’etica, la religione, la morte, ma soprattutto a tormentare ogni Buendía è la solitudine in tutte le sue sfumature, che incombe sulla stirpe come una maledizione, un crudele scherzo del destino.

Márquez nell’opera utilizza uno stile deliziosamente epico-favolistico, simile a quello, ricorda, attraverso il quale sua nonna gli raccontava le storie da bambino. Ad esso si abbina il cosiddetto “realismo magico”, caratteristico dei movimenti letterari sudamericani del periodo, che gli ha permesso di costruire una cornice incantevole per la trama, sfumando il confine tra fantasia e realtà e tra mondo dei vivi e dei morti. Sono narrate con lo stesso tono vicende verosimili, fatti storici realmente accaduti (ad esempio il trattato di Neerlandia, il massacro dei bananieri del 1928) ed avvenimenti fantastici, soprannaturali (l’apparizione degli spiriti di personaggi deceduti, la malattia dell’insonnia, il diluvio durato quattro anni…) Il ritmo narrativo è veloce e al contempo ricco di contenuto, per cui a volte si leggerà per pagine e pagine di tutto, ma allo stesso tempo di niente, senza però annoiare il lettore.

Non va però tralasciata l’importante questione delle due edizioni italiane del romanzo, la prima tradotta nel 1968 da Enrico Cicogna. Francesco Varanini scrive nel suo Viaggio letterario nell’America Latina: Macondo era il luogo dell’avventura, di una avventura possibile. Era la risposta ad un bisogno profondo. Tanto pressante da influenzare anche il grafico e il traduttore dell’edizione italiana: anche loro desideravano questo luogo lontano. Cicogna infatti, riportando il lavoro di un autore allora sconosciuto, si prese la libertà di calcare gli aspetti esotici con l’utilizzo di un lessico molto più letterario rispetto all’originale, ma allo stesso tempo di avvicinare il pubblico italiano riducendo i culturemi che caratterizzano l’ambientazione colombiana.

La nuova traduzione di Ilide Carmignani, a distanza di cinquant’anni, risolve il problema: l’opera è adesso di gran lunga più fruibile per il lettore moderno e anche più filologica, con l’inclusione di un glossario, un albero genealogico dei Buendía e una nota del traduttore a proposito della questione.

Il villaggio di Macondo è un organismo pulsante, quasi un personaggio a sé, che vediamo crescere da origini umili e drammatiche a periodi di moderno benessere, subendo però infine la stessa sorte solitaria dei suoi abitanti; l’affascinante psicologia dei personaggi permette al lettore di farsi coinvolgere ed immedesimare nel loro vissuto e offre spunti di riflessione sulla propria condizione e sul futuro della nostra umanità tormentata. L’opera è pertanto una preziosa esperienza di lettura a cui è impossibile rendere giustizia se non vivendola per intero. Assolutamente consigliabile a chiunque abbia il matto desiderio di perdersi nel piccolo, grande universo di Macondo e, di conseguenza, in se stessi.

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