Moni Ovadia e le “Giornate delle Memorie”

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LECCE (di Irene Myriam Serinelli) – “La memoria non serve per il passato, ma per il presente e per il futuro”. Così Salomone Ovadia, detto Moni, uno degli artisti più affermati nell’ambito del teatro mondiale, presenta a noi studenti e musicisti del Liceo Classico e Musicale “Palmieri” una proposta di collaborazione per la realizzazione di un percorso formativo e di un evento artistico, da proporre alla nostra comunità scolastica e alla cittadinanza leccese per il prossimo inverno.

Si tratta di uno dei testi più importanti del Novecento, di Zvi Kolitz: Yossl Rakover si rivolge a Dio. È una lettera che un partigiano del ghetto di Varsavia rivolge a Dio nelle ultime ore prima di morire. Si rivolge all’Onnipotente per trarre una sorta di ammaestramento e fare un bilancio di quello che sta accadendo. “Che senso ha tutto questo? – si chiede – Dov’è questa promessa che ci è stata fatta? Com’è possibile un tale spaventoso livello di malvagità? Dov’è il senso per il quale per secoli ci siamo sacrificati a mantenere un patto con Dio?”

È un testo duro – ci racconta Ovadia – attraverso il quale però saremo in grado di comprendere molte cose”. Per iniziare, egli si presenta subito a noi come un amico: niente appellativi cortesi, ci chiede, soltanto di dargli del “tu” che riporti tutti a una dimensione di fratellanza. Sta proprio qui il potere delle sue parole: non ci parla della Shoah come di un evento lontano e oramai rinchiuso in un cassetto, del quale a noi giovani può importare relativamente. Lui ne parla come mai prima d’ora mi era capitato di ascoltare, portando quegli accadimenti nelle nostre vite, anzi, portando noi e le nostre vite apparentemente tranquille dentro quell’orrore avvenuto appena sett’anni addietro.

La memoria non serve per il passato, questo è un grande equivoco. L’umanità è il risultato di un cammino e la memoria serve a dare alla nostra identità un’autenticità ed una consistenza. Quanto meschina sarebbe la nostra esistenza, se dovessimo subire la memoria degli altri come automi che non sono in grado di costruire la loro di identità. Noi possiamo contribuire all’edificazione della società in cui crediamo solo avendo memoria di ciò che è accaduto, in modo tale da capire cosa potrà succedere. Può succedere, ad esempio, di delirare dietro una banda di criminali assassini che sono diventati capi di stato, ministri, generali e hanno causato la morte di 55 milioni di esseri umani.

Quanto risuona potente, questo numero, ora che me ne parla. Eppure è solo un dato, scritto su un foglio, ma no, questa è vita strappata alla vita da quei maledetti signori del dolore. Allora sì, ci interessa davvero saperne di più su questo argomento e non come pura e vigliacca nozione di storia di una Seconda Guerra Mondiale iniziata e finita in quel dato anno. Ci riguarda perché non vi sono morti soltanto ebrei, ma anche omosessuali, menomati, disabili. Sono morti gli Armeni, i Tutsi, le vittime del colonialismo, tutti uomini appartenenti a un’unica razza, quella umana. Ecco perché, secondo Moni Ovadia, quella che li ricorda dovrebbe chiamarsi “Giornata delle Memorie”.

Ci riguarda dunque innanzitutto come esseri umani, se abbiamo davvero coraggio di essere umani. “Voi potete entrare in questa storia” ci dice allora, risuona quasi come una sfida: quanto siamo capaci di tirarla fuori questa umanità malconcia, che risuona quasi fosse una preghiera, ormai languida, sembra quasi affievolirsi. Ma no, abbiamo nelle nostre mani il potere immenso di guardare al domani con gli occhi di una vita che chiama solo la vita. Ma appartengono alla stessa specie umana anche i nazisti, ci dice ancora. Quanta grandezza!

Allora penso a quanto siamo abituati a classificarli come mostri alieni, ma prima di essere nazisti con quella divisa, erano uomini. Questa rivelazione è al contempo potente e distruttiva. C’è qualcosa di così interno e ineffabile nella natura dell’uomo… L’essere umano ha dentro sé tanto la capacità di essere sublime quanto quella di sprofondare nell’orrore, è la parte che scegliamo di mettere a servizio o a danno del nostro mondo, a fare la differenza.

Mi colpisce una frase, del suo discorso: “Noi siamo un solo uomo e, chi salva un uomo, salva il mondo intero”. Così è scritto in un importante testo ebraico. Che meraviglia! Quanta potenza hanno queste parole: tutta la diversità di miliardi di uomini racchiusa in un’unicità strabiliante. Noi siamo un solo uomo e dentro di noi è inscritta la capacità di opporci al male. Abbiamo l’opportunità di entrare in questa storia e diventarne testimoni con il linguaggio più universale che possa esistere: la musica, attraverso relazioni ed emozioni poiché siamo qui per risuonare tutti insieme.

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