Il “Dia de los Muertos”, la pratica messicana del memento mori

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LECCE (di Francesca Alfieri) – In Messico il “Dia de los Muertos”, letteralmente “giorno dei morti”, nasce dalla fusione di più culture. Alla base troviamo la convinzione delle civiltà precolombiane secondo cui l’ordine cosmico si attenesse al continuo alternarsi di morte e vita. A sua volta è stata unita ai riti di adorazione degli antenati, propri dei popoli Aztechi e Maya. In origine i festeggiamenti avvenivano dal 16 luglio al 5 agosto. Successivamente, con le colonizzazioni spagnole, fu conferita un’impronta cattolica tuttora riscontrabile. Infatti, le date attuali delle celebrazioni sono dal 28 ottobre al 2 novembre.

Durante questo periodo ogni giornata è dedicata a diversi defunti: il 28 ottobre a chi è passato a miglior vita per incidente o cause violente, il 29 ai morti per annegamento, il 30 alle anime solitarie o dimenticate, il 31 ai mai nati o deceduti prima del battesimo, l’1 e il 2 novembre agli altri scomparsi e al ritorno dei defunti sulla terra.

Nello stesso arco di tempo le varie città sono gremite di banchetti, mercatini a tema e sfilate con carri allegorici unici nel loro genere. Tuttavia il modo di festeggiare e i costumi differiscono da regione a regione, a seconda della cultura ispanica predominante. In linea generale le cerimonie tendono ad essere molto colorate nell’area meridionale, solenni nelle zone rurali e festose nelle città più grandi.

Tutti i cimiteri e le case durante il “Dia de los Muertos” vengono arricchiti con numerosi “altares”, ossia altari. Questi sono allestiti dalle famiglie su più livelli: due per differenziare il mondo terreno da quello celeste; tre affinché vengano distinti cielo, terra e oltretomba; sette come il numero di mondi che, secondo gli Aztechi, i defunti attraversavano per arrivare al cielo. Sull’ara vengono poste le foto dei defunti che si vogliono ricordare e vari simboli che rappresentano i quattro elementi, vale a dire acqua, aria, fuoco e terra.

Accanto alle immagini dei defunti, generalmente si colloca una Croce cristiana, frutto dell’influenza spagnola. In alternativa, la cosiddetta “cruz” viene tracciata davanti alle offerte con del sale, che rappresenta il sapore della vita. Poiché si dice che in questo speciale momento dell’anno i defunti possano raggiungere i propri cari seguendo una scia di profumo, sugli altari vengono posti profumati petali di fiori. Il fiore più usato è il Garofano d’India, chiamato anche Cempasùchil. Grazie al suo aroma intenso e al suo colore acceso si pensa riesca a guidare gli spiriti sino al banchetto a loro dedicato.

I banchetti e le offerte, o “ofrendas”, comprendono liquori, sigarette, frutti, semi, oggetti cari ai defunti e cibi tipici. Fra essi sono presenti il “pan de Muertos”, ossia pane dei morti, fatto con frumento e semi di anice e decorato con motivi allusivi alla morte, i teschi di zucchero, chiamati “calaveras”, e la “pulque”, una dolce bevanda alcolica ricavata dalla linfa dell’agave. Terminata la festa, quando gli spiriti si sono già cibati dell’essenza degli alimenti, ciò che resta viene consumato dai familiari per ricordare il defunto e unire la famiglia.

Per illuminare i doni durante la notte restano accese le “velas” e le “veladoras”, ossia candele e lumini che rappresentano la Fede e la Speranza. Sono usati come decorazioni anche lavori artigianali, come dei rettangoli in varie colorazioni di carta velina perforata, detta “papel picado”. I colori dei fogli hanno ognuno un significato specifico: il rosso per il sangue, l’arancione per il lutto, il viola per la religione cattolica, il verde per la vita, il blu per l’acqua, il bianco per la purezza e il nero per l’Oltretomba.

La ricorrenza è talmente particolare e curiosa da essere stata proclamata dall’UNESCO patrimonio culturale immateriale dell’Umanità nel 2008.

Se in Italia la commemorazione dei defunti offre un’atmosfera di tristezza, ricordo e riflessione, in Messico appare come una festa gioiosa e colorata. Tale carattere ironico, immutato nei secoli, scaturisce dal tributo che la ricorrenza fa alla vita. La celebrazione infatti ci ricorda che la vita va vissuta a pieno e non sprecata, perché la morte è solo un rito di passaggio, ma non va mai dimenticato che siamo tutti destinati a morire.