Caffè illuminato, la storia del Giornale di Verri

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LECCE (di Sara Sergio) Non si tratta della bevanda scura che ogni buon italiano conosce che, pieno di pagliuzze dorate, inizia a brillare e riflettere colori. Il “Caffè” fu un foglio di stampa, pubblicato ogni 10 giorni, ideato da Pietro Verri.

Divenne ben presto l’incontro di tantissime idee, fatti quotidiani, notizie dirette alla pubblica utilità, scritte da innumerevoli autori, in svariati stili, per non annoiare i lettori.

L’idea nacque dalla necessità di trovare un’occupazione per gli autori che non pesasse a nessuno ma in cui ci si potesse dilettare senza doverne sentire la pressione; oltre, ovviamente, a svolgere la funzione di informazione per tutti i cittadini e la popolazione.

Ma perché prende il nome di “Caffè”?

Verri ne parla nell’introduzione del suo giornale: un greco di Citera, mentre si trovava sotto il controllo degli Ottomani, esausto dalla schiavitù in cui il popolo versava, decise di abbandonare il suo paese. Arrivò a Mocha, dove scambiò molte delle sue merci per del caffè di ottima qualità, il più buono del mondo; decise, perciò, di trasferirsi in Italia, prima a Livorno e poi a Milano, dove aprì una bottega elegantissima in cui vi si beveva il caffè più buono proveniente dal Levante.

Questa bottega può essere considerata come l’esatta immagine di quei salotti alla moda tipici dell’illuminismo: salottini, specchi, fiori freschi, buona musica, di sera era ben illuminato, e c’erano fogli di notizie politiche, racconti provenienti da Colonia, Schaffhausen, Lugano e molti altri luoghi.

Nella bottega si radunavano tanti uomini per parlare delle più svariate questioni e così il Direttore del Giornale, Verri, aveva deciso di scrivere ciò che ascoltava e, poiché questi fatti erano nati in quella bottega, il giornale prenderà appunto il nome di “Caffè”.

 

 

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