Ascoltare per comunicare: intervista a Espérance Hakuzwimana Ripanti

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LECCE (di Sofia Martella) – Durante l’ultima assemblea d’Istituto noi studenti abbiamo avuto il privilegio di poter ospitare, sia pur a distanza, la scrittrice e attivista di colore Espérance Hakuzwimana Ripanti, che da sempre combatte contro ogni genere di discriminazione.

Vale la pena di riportare alcune domande rivoltele in una breve intervista.

D: Com’è stato per te, come donna, metterti in discussione? Sappiamo che le donne, anche oggi, hanno molte difficoltà in ambito lavorativo e sociale, quindi considerando l’amara realtà delle discriminazioni razziali, com’è stata la tua esperienza?               

R: È tostissimo. Come ho espresso anche nel mio libro, vivere in un Paese come l’Italia, che nei confronti delle donne, soprattutto nere, ha un trascorso storico “poco risolto”, a partire dal colonialismo, mi ha portato a dover fare i conti con il mio corpo e con la rappresentazione esterna del mio corpo che non è la mia, molto precoce. Infatti, sin da quando avevo undici anni le persone mi hanno scambiata per prostituta. In più c’è da aggiungere che questo Paese nei confronti delle donne non è molto benevolo, quindi ci sono sempre state delle forze molto restringenti che mi hanno fatto stare in un angolo docile, e ogni volta che cercavo di farmi valere portando avanti la mia voce, la prima cosa che mi dicevano è “sei aggressiva”, “sei problematica, “non va bene per come sei”, frasi che mi hanno molto segnato e ho capito di più una volta entrata nel mondo del lavoro, dove il confronto con il mio sesso e le mie origini rende tutto molto estenuante. Anche oggi, ci sono dei momenti in cui è difficile essere orgogliosa di essere una donna nera italiana, però è lo stesso motivo per cui ho voluto metterlo come sottotitolo del mio libro. L’Italia è un Paese che, tra le altre cose, ti impedisce di essere adulto, però quando cerchi di entrare in luoghi lavorativi e culturali è difficile essere presi in considerazione, ed ho avuto questa primo confronto con il mio editore che voleva scrivere “manifesto di una giovane italiana nera”, ma io ho subito detto “no, io sono una donna” per le mie esperienze e per ciò che ho vissuto. È molto difficile farsi valere per quello che fai, per quello che vuoi se sei donna. Il sessismo presente in alcuni luoghi è molto angosciante, sembra di non potertene liberare. La mia soluzione è stata quella di creare dei posti safe, in cui potessi ritrovare qualcosa che nella mia infanzia e adolescenza non ho avuto, perché stavo sempre o con i miei amici solo maschi sinceri o sola a leggere. Mi mancava però l’empatia, che oggi sono riuscita a riscattare grazie ad un gruppo di amiche, solo donne, con le quali ci confidiamo, ci sfoghiamo e diciamo cose che non avremmo mai il coraggio di dire. E inoltre, insieme a due altre ragazze attiviste e scrittrici, facciamo delle live chiamate.

D: Cosa pensi del razzismo sui social e dell’hate speech?

R: Sono rimasta sconvolta da recenti incursioni in delle stanze online dove si parla di cultura, di utenti che disegnano svastiche, insultano e mi sono resa conto di quanto possa essere forte questa stupidità e questa ignoranza. Sono sempre rimasta indifferente dinanzi a simili commenti, ignoro e se anche decido di rispondere, mi fermo appena mi rendo conto che quella persona non si vuole confrontare, ma vuole solo sputare odio. C’è un libro di Federico Faloppa, insegnante presso l’università di Londra che collabora anche con LUNAR, un ente dello stesso governo, dal titolo “#odio. Manuale di resistenza”: l’autore parla della liberazione di Silvia Romano e cerca di analizzare e spiegare il perché le persone si sfoghino in questo modo.   Io sono terrorizzata da quest’odio e preferisco rispondere a questi commenti nei libri e nelle assemblee, ma non parlo finché non sono convinta delle mie parole.

D: Non vorrei essere invadente, ma volevo chiederti: qual è stato il tuo primo episodio di razzismo?

R: Innanzitutto vorrei dire che le persone ti danno credibilità solo se il razzismo lo hai vissuto personalmente. Se ci sono solo micro-aggressioni, non vieni preso in considerazione. A tal proposito, molte persone si sono sentite discriminate perché il loro nome non veniva pronunciato o scritto bene. Il mio nome vero in Ruanda, mia terra d’origine, è Hakuzwimana, nome che ha causato molta ilarità, ma che per me significa tanto. Vivere in un Paese che non dà valore al tuo nome e piuttosto ti prende in giro, ti inventa un soprannome, non lo sa scrivere, è un atto di micro-aggressione.                        Riguardo al primo evento di razzismo, ho scritto un racconto in proposito che avevo quasi dimenticato. Quando andavo alle elementari, c’era una signora anziana che ogni volta che passavo sotto il suo balcone, per andare a scuola, mi lanciava sempre delle pile. Un giorno ho trovato il coraggio di bussare alla sua porta e chiedere il perché del suo gesto, mi disse “Negra di merda, vattene!”; è stato un trauma che, data anche la tenera età, mi ha segnata molto. Non riuscivo a trovarne il senso ed è stata la prima cosa che ho rimosso.

D: Per te è più grave l’indifferenza di chi guarda o il sostegno attivo?

R: Penso l’indifferenza, nella mia vita mi hanno fatto più male il silenzio e le teste girate di chi era presente quando qualcuno mi insultava. Perché chi mi offende posso denunciarlo, chi invece è indifferente è il mondo che ti circonda e ti rendi conto che sono sempre quelle le persone che ti deludono di più. Per me è l’apoteosi del dolore, dello schifo. Per lo stesso motivo mi dicono che devo farmi i fatti i miei, ma non riesco perché mi immagino al posto di quelle persone.

Come ha giustamente sottolineato Espèrance, ascoltare è la chiave della comunicazione e per noi ragazzi ascoltare lei, la sua non facile esperienza di vita e la vittoria riportata sul “privilegio bianco” è stata una lezione fondamentale e indimenticabile.

 

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